La crisi: il vero limite della produzione capitalistica è il capitale.

  • giugno 23, 2014 11:21 pm
apart toon
“Economisti domestici, riformisti, al lavoro per riprogrammare una nuova politica economica, di riforme, di struttura, strategia industriale, per eliminare gli ostacoli allo sviluppo….” 

Prima di affrontare un’analisi delle leggi che stanno alla base della crisi capitalistica, siamo costretti ad aprire una parentesi “filosofica”: è necessario inanzitutto fare chiarezza sulle posizioni di “sinistra” che, in piena sintonia con i liberisti ed i loro addomesticati economisti borghesi, sostengono superato il Capitale di Marx, in quanto analisi di un “capitale” particolare ed attualmente inesistente, ovvero quello dell’ottocento.

Il portato reazionario di questa tesi balza immediatamente agli occhi, quindi che la borghesia si affanni usando tutti i mezzi per propagandarla è “comprensibile” e anche “giustificabile”;  pero’ che la stessa operazione venga compiuta da gente che si proclama “di sinistra” ci pare tantomeno sospetto e frutto di un’ambigua e notevole dose di doppiezza.
Buttato Marx, in questo modo sbrigativo, nella pattumiera, ci propinano ogni giorno una “nuova teoria”, mutuata – con una verniciatura di rosso scarlatto – dall’ ultima scoperta di qualche professorone di Università…
Ci preme quindi ribadire come Il Capitale di Marx, in quanto analisi scientifica dell’economia capitalistica, sia tutt’altro che superato e resti, anzi, l’unica base per analizzare la società attuale.
Come le crisi finanziarie più importanti degli ultimi decenni e della storia, la crisi finanziaria attuale ha colpito il mondo intero: partita dagli Stati Uniti nel luglio-agosto 2007, con la famosa bolla dei mutui subprime inesigibili, si è trasmessa ai fondi di investimento dei  capitali presi in prestito (hedge funds) che avevano piazzato nelle banche di mezzo mondo i titoli legati ai subprime, cosa che ha interessato le borse di tutte le maggiori capitali mondiali, e allargandosi al di fuori degli Usa si è estesa all’Europa e all’Asia.
Il “panico da 1929 ” che assale i capitalisti ad ogni grave crisi del loro sistema di produzione e della loro organizzazione sociale capitalistica, ha motivi ben materiali. 
Non va mai dimenticato che le crisi capitalistiche nell’epoca dell’imperialismo, ossia nell’epoca di predominio del monopolio e del capitale finanziario sull’intera società, sono tutte di sovrapproduzione; è la sovrapproduzione che mette in crisi tutto il mercato dei mezzi di produzione, dei beni di consumo, dei capitali, “dell’economia reale”.
La crisi finanziaria non è la bolla speculativa in sé ma la manifestazione, sul piano del credito e della valorizzazione del capitale, di una crisi di sovrapproduzione; la sua gravità è dovuta al grado di saturazione dei mercati e alla diminuzione drastica della produzione: se non si vendono le merci prodotte queste non vengono trasformate in valore, il capitale in esse contenuto non si  valorizza; tutta la circolazione del capitale negli ambiti finanziari non può generare autovalorizzazione di capitale se non basandosi sull’aumento continuo della produzione di merci, e quindi di capitali, attraverso uno sfruttamento sempre più intenso e allargato della forza lavoro salariata. 
Il capitalismo può svilupparsi senza entrare nella fase della sovrapproduzione?
No, perché la sovrapproduzione è generata dalla spinta inesorabile, continua e folle di  produzione di merci nella piena anarchia del mercato, merci che devono essere trasformate in denaro in un vortice perpetuo: ad una produzione di merci teoricamente infinita corrisponde un mercato nella pratica limitato. 
Le crisi cicliche del capitalismo anticipano la crisi più profonda e sistemica della struttura  generale del capitalismo; la reazione delle forze borghesi di ogni paese a queste crisi porta inevitabilmente ad una maggiore centralizzazione del potere politico, oltre che economico (interventi dello Stato in sostegno dell’economia), e ad un maggiore dispotismo sociale aggravando le condizioni già peggiorate del proletariato di ogni paese. 
Un proletariato, che pure se intossicato da decenni di politiche e  pratiche di concertativismo sindacale e collaborazionismo politico, resta comunque l’unica forza positiva della produzione capitalistica, unica forza che produce ricchezza senza poterla possedere, unica forza sociale dalla quale la classe borghese estorce sistematicamente plusvalore, unico vero pilastro di tutto il sistema capitalistico.
Senza il lavoro salariato, senza lo sfruttamento del proletariato, il capitalismo non starebbe in piedi. Certo, lo sviluppo tecnico e scientifico  di tutta una serie di lavorazioni e macchinari, se da un lato ha aumentato la capacità produttiva delle aziende, dall’altro ha aumentato la  produttività del lavoro e, perciò, in proporzione ha diminuito il  numero di operai necessari per produrre la stessa quantità di merci di prima. Per quanto si sviluppi il capitalismo, per quanto si sviluppi l’industria, non riuscirà mai ad impiegare nella produzione tutta la quantità di proletari che il suo stesso sviluppo genera. Tendenzialmente, più aumenta la produttività del lavoro, più diminuisce il numero di proletari necessario alla produzione.
Il proletariato mondiale sta scontando decenni di nefasta influenza opportunista da parte di tutte le organizzazioni che lottavano originariamente in nome della difesa delle sue condizioni di vita, di lavoro, dei suoi diritti e delle sue prospettive storiche di classe, ma che, avendo ceduto alla corruzione da parte della borghesia dominante, hanno tradito la causa proletaria sia sul piano della lotta di difesa immediata che su quello più ampio e decisivo della lotta politica per la conquista del potere.
Da decenni le forze  dell’opportunismo ci hanno abituati a credere alle menzogne della democrazia borghese, a credere che i sacrifici che ci obbligano a fare oggi serviranno  per ottenere benefici domani.
Da decenni le forze del collaborazionismo sindacale e politico ci hanno abituati a credere che la lotta di classe, lo sciopero deciso e senza tentennamenti, la risposta dura agli attacchi dei  padroni e dello Stato borghese alle nostre condizioni materiali di vita e lavoro, siano metodi antiquati ormai inefficaci; che era molto più produttivo spostare il perno dello scontro di interessi fra proletari e  borghesi dal terreno della lotta di classe, diretta e a viso aperto, a quello del negoziato, degli accordi fra le parti, della concertazione di obiettivi “comuni” ai quali i proletari dovevano sentirsi “cointeressati”.
Gli opportunisti sono veri e propri luogotenenti della borghesia nelle file del proletariato (Lenin), e fino a quando sarà data loro fiducia e obbedienza i proletari non avranno  alcuna possibilità di difendersi efficacemente dagli attacchi del padronato  e della classe borghese nel suo insieme.
Non è solo una questione di crisi, per cui i padroni appaiono con meno risorse a disposizione per cui  sarebbe inutile e illusorio chiedere aumenti salariali e altre concessioni che comportino spese consistenti anche da parte dello Stato (come ad esempio       l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, il salario medio pieno a tutti o redditi di cittadinanza per disoccupati).
La questione non è sapere se il padrone, o lo Stato, dichiarano di poter concedere o no quella determinata richiesta: è  una questione di forza, e sempre è stata una questione di forza! Nella  misura in cui il proletariato è debole, diviso, frammentato, timoroso, confuso, rispettoso delle regole imposte dalla borghesia e succube dell’influenza delle forze dell’opportunismo sindacale e politico, non otterrà mai nulla che non sia quanto il padrone di schiavi sia disposto o meno a dare.
La vera questione, ed è di questo che  padroni, piccoloborghesi, bonzi sindacali e politicanti parlamentari, governanti, preti e timorati di dio, hanno una fottuta paura, la vera  questione è: quando il proletariato, nelle sue avanguardie, nei suoi strati  più combattivi e sensibili alla causa di classe, si accorgerà di possedere una forza straordinaria, potentissima, in grado di sbrecciare qualsiasi  ostacolo posto sul suo cammino storico di classe? 
Il proletariato rappresenta il lavoro vivo, la vera produzione di profitto: i capitalisti possono avere a disposizione quantità inenarrabili di mezzi di produzione, di impianti, fabbriche, macchinari, materie prime, tecnologie, mezzi di trasporto, ma  se non sfruttano su quei mezzi di produzione, su quegli impianti, in quelle  fabbriche, quei macchinari per la trasformazione delle materie prime, l’unica vera energia viva, e cioè il lavoro salariato, possono  buttare via tutto, perché da solo il profitto non si produce.
Non esiste l’autoproduzione di profitto capitalistico: deve essere estorta dal lavoro  salariato quella quota di plusvalore, sempre più alta, che corrisponde al tempo di lavoro non pagato con salario. E’ da qui che “misteriosamente” il capitale investito cresce di volume, e quindi di valore.
I comunisti sanno, per esperienza, che non basta lottare sul terreno di classe, quindi con mezzi e  metodi di classe, che non dipendano dalle compatibilità con gli interessi  delle aziende, degli utenti, dei consumatori, dei cittadini, dello Stato, ecc. , ma  bisogna lottare in modo organizzato costruendo comitati slegati dagli apparati, dalle grandi centrali sindacali, da ogni corporativismo tricolore perchè possano essere  effettivamente indipendenti dagli interessi, privati e pubblici, del capitalismo.
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✮☭Comitato scrittura collettiva comunista ✮☭